Da Diogene a iKinici: cittadini del mondo
Credete che l’espressione “cittadino del mondo” sia stata un’invenzione di McLuhan? Vi sbagliate di grosso. Il neologismo sorprendentemente ci viene da Diogene il Kinico che nel II secolo a.C. aveva già percepito il cosmopolitismo quale propria dimensione ideale; quella a-comunitaria del villaggio globale in cui il singolo può esprimere sè stesso al di là dalle restrizioni e dalle obbligazioni piccolo-social-mondane. Dopo tanti secoli il suo messaggio è ancora attualissimo, anzi possiamo aggiungere senza dubbio che oggi, alla luce delle ultime innovazioni tecnologiche ogni kinico che è in noi può diventare appieno cittadino del mondo.
Buona lettura!
Diogene fa la sua comparsa durante l’epoca della decadenza politica ateniese contrassegnando la vigilia dell’avvento macedone e l’incipiente età ellenistica. Il vecchio, ristretto ethos patriottico della città-stato va scomparendo, si allentano in tal modo i legami tra il singolo e la propria comunità. Ciò che prima sembrava essere l’unica sede per una vita dotata di senso mostra ora l’altra sua faccia. Adesso la città diviene crogiulo di costumi assurdi, vuoto dispositivo politico il cui funzionamento può essere ora osservato come dal di fuori. Chi non è sordo sente scoccare l’ora di una nuova concezione della morale e dell’uomo; non si può più essere cittadini coi paraocchi, membri casuali di una comunità urbana; bisogna concepirsi come individui in un cosmo più ampio. Sotto il profilo geografico è un cosmo che corrisponde a quello del nuovo e vasto universo di comunicazioni creatosi con il dominio macedone sul mondo di allora; sotto il profilo culturale esso riflette la grande civiltà ellenistica sorta sulle sponde orientali del Mediterraneo; sotto il profilo esistenziale è il portato di migrazioni, spostamenti, processi di marginalizzazione. Per Diogene tutto questo significa: “Interrogato sulla sua patria rispose: Io sono cittadino del mondo!” (D.L. , VI, 63). Cittadino del mondo, kosmopolites. Che neologismo grandioso. Un conio lessicale contenente la risposta più ardita che l’antichità abbia saputo dare alla sua più inquietante esperienza, ossia il divenir apolide della ragione rispetto all’universo sociale: il distacco dell’idea della “vera vita” dalla comunità empirica. Dal momento in cui “socializzazione”, per il filosofo, viene a essere sinonimo di “belle pretese” (cioè pretese a che ci si contenti di una demi-raison culturalmente rafforzata, e ci si unisca all’irrazionalità socialmente dominante), da quel momento in poi il rifiuto kinico si colora di utopia, e , agitando un’istanza di vita ragionevole il contestatore si chiude nel proprio guscio, al riparo dalle storture dell’oggettività. Il kinico sacrifica la propria identità sociale rinunciando al comfort psicologico che gli deriverebbe da un’acritica appartenenza politica, ma salva la sua identità esistenziale e, per così dire, cosmica. In modo del tutto individualista egli difende l’universale contro quel particulare o (nel migliore dei casi) semi-ragionevole collettivo noto anche sotto il nome di stato o società. Nel concetto di cosmopolitismo la filosofia kinica antica trasmette alla cultura umana il suo dono più prezioso. “Unico giusto ordinamento statuale è nel cosmo” (D.L. , VI, 72). Il sapiente cosmopolita, in quanto portatore di una ragione vitale, potrà lasciarsi integrare senza più riserve dalla società solo il giorno in cui questa sarà divenuta una polis globale. Fino a tanto, il ruolo del cosmopolita resta inevitabilmente quello di un disturbatore; egli incarna perciò il rimorso di coscienza dell’autocompiaciuto detentore del potere e denuncia la sciagura pestifera di ogni forma di restrizione localistica.
-
Archivi
- marzo 2011 (1)
- maggio 2010 (1)
- aprile 2010 (4)
- marzo 2010 (3)
- febbraio 2010 (5)
- gennaio 2010 (3)
- dicembre 2009 (6)
-
Categorie
-
RSS
Ingressi RSS
Commenti RSS